L’embargo americano continua ad avere tutti i suoi effetti su Cuba, e tra Stati Uniti e L’Avana i rapporti continuano ad essere quelli che posso avere due Stati che si considerano reciprocamente nemici.
Ma là dove non riesce la politica ci prova il calcio. Dopo l’andata del 6 settembre scorso, vinta dagli Usa per 1-0, Usa e Cuba tornano ad incontrarsi in una partita ufficiale, valida per le qualificazioni Concacaf ai Mondiali sudafricani del 2010.
Tra gli americani giocatori e dirigenti evitano con accuratezza di commentare la partita in termini politici. Il tecnico degli Usa, Bob Bradley, ha ribadito oggi - alla vigilia dell’incontro - le stesse identiche cose dette alla vigilia della partita giocata a L’Avana: “Siamo qui per giocare a calcio, e non per parlare di politica. Ci interessa vincere, per noi qualificarci per il Sudafrica è importante”.
D’altro tenore invece l’atteggiamento avuto da sette giovani cubani della nazionale under 23. Sei mesi fa, per l’esattezza il 13 marzo scorso, prima giocarono e pareggiarono 1-1 a Tampa Bay in Florida con i coetanei americani, nell’ambito delle qualificazioni olimpiche. Poi… disertarono, nel senso che fuggirono dalla loro nazionale, fecero perdere le loro tracce e non rientrarono a L’Avana.
Gli Stati Unti hanno istituito anni fa nei confronti dei rifugiati cubani la legge “wet foot, dray foot”, che prevede che un rifugiato se arriva da Cuba possa rimanere sul suolo americano un anno, per poi ottenere - se la richiede - la cittadinanza americana. E proprio su questo hanno fatto affidamento i ragazzi dell’under di Cuba, non cosi’ rivoluzionari come i loro colleghi della nazionale maggior








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