Sette punti regalati al Milan in poco più di un mese (doppietta al Genoa, il gol di Firenze e quello di Catania). E meno male che doveva essere il futuro.
No. Alexandre Pato è il presente del Milan. E Ancelotti lo sa bene. Con Ronaldo out, con Kakà ai box, con Inzaghi e Gilardino ologrammi di se stessi, ormai è lui l’intoccabile. Forse davvero destinato a bruciare le tappe. Uno che segna sempre nei debutti può essere pericoloso: perché tende a vivere di quelli, a tirare a campare. Pato no. A Catania, tra Cafù, Maldini, Emerson, Seedorf e gli altri, il più navigato sembrava lui. Petto in fuori, poche chiacchiere e un gol da favola: “Ho tirato pensando a Ronie. Peccato non sia bastato per i tre punti“.
Parole quasi da leader: mosse da pantera, mentalità da leonessa. Pato è la classe, il nerbo, la coscienza di un Milan devastato da infortuni e acciacchi. “Passami il pallone, poi corri ad abbracciarmi”: quando giocava, a tranquillizzare l’agitato Ancelotti ci pensava Van Basten. Adesso, c’è il 18enne di Pato Branco. Non ha fatto niente di trascendentale a Catania, ma ha messo in mostra, ancora una volta, quella capacità di tenere in piedi, da solo, l’intero reparto. Come a Londra con l’Arsenal, come tante altre volte dopo il suo debutto col Napoli, lo scorso 13 gennaio. In attesa che i medici sciolgano i nodi su Kakà, per dare la caccia al quarto posto e alla finale di Champions i rossoneri si aggrappano a Pato. Il papero che è dovuto crescere in fretta. Per tenere a galla il Milan.
Il servizio della gara Catania-Milan 1-1:








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