
Pubblichiamo la testimonianza di un ultras del Taranto. Non si firma per ovvi motivi, ma il suo nome l’ha fatto a SKY Life Sport. Chi ha scritto, testimone oculare dei fatti di domenica (la sospensione di Taranto-Massese dopo i disordini nello stadio) vuole solo che la verità venga a galla. Perché, come ci ha detto lui, “in tutti i Tg si è detto solo della vetrata rotta per fermare la partita, come a Bergamo”. E invece le cose non sarebbero andate in quel modo. Ma, per l’appunto, così.
“Sono trascorsi solo pochi giorni, ma sono ancora frastornato e intontito. Incredulo. Mi sono chiuso nel silenzio per provare a estraniarmi da tutto e tutti. Per rielaborare nella mia mente ciò a cui ho assistito domenica nello stadio della mia amata città, Taranto, salita agli onori della cronaca, ancora una volta, per qualcosa di negativo. Ma in Italia in pochi sanno che, quello accaduto domenica all’Erasmo Iacovone (nella foto), non si è verificato in nessun altro stadio italiano. Tifosi della stessa squadra che arrivano a picchiarsi tra di loro: un regolamento di conti becero tra diversi settori, che già da qualche domenica si beccavano a causa di vedute diverse sull’operato dell’attuale società ionica. Ma andiamo con ordine.
A pochi minuti dall’inizio dell’incontro tra Taranto e Massese, la tragica notizia del tifoso laziale morto, è sulla bocca di tutti. Ma il problema, e non solo a Taranto, credo nasca proprio da qui. Perché molti si sono mossi da casa quando le notizie erano ancora troppo frammentate. Il fatto vero, la realtà di come sono andate le cose, ancora non esce fuori. Poi, a telegiornali già iniziati e con molta gente già negli stadi o comunque già uscita di casa, spuntano le prime verità: si parla di due colpi esplosi da una pattuglia del Polstrada. Colpi entrambi sparati in aria. Ma dalle immagini che sono su tutte le televisioni si vede chiaramente un piccolo foro nel vetro posteriore della macchina su cui viaggiava Gabriele Sandri. A quel punto non ha più senso continuare a nascondersi dietro un dito: è chiaro che qualcosa di gravissimo, e senza precedenti, è accaduto.
Io esco di casa con la certezza che non si giocherà. O che quantomeno, per rispetto nei confronti del ragazzo e della sua famiglia, allo stadio non si tifi. Non si esulti ai gol. Perché ho sempre pensato che quando muore un ragazzo in quel modo, c’è bisogno solo di silenzio. Nel frattempo la notizia ha fatto il giro tra i tifosi di tutte le squadre. E come prevedibile, gli animi iniziano a scaldarsi. Il “due più due” da parte delle tifoserie di molte curve, compresa Taranto, è presto fatto: per Raciti si è fermato un Paese intero, per un tifoso ci sono solo quindici minuti di ritardo nell’inizio delle partite. Una scelta folle. Che ha scatenato la rabbia, la frustrazione, l’ira delle frange più estreme del tifo organizzato.
Arrivo in gradinata e ad accogliermi ci sono i soliti compagni della domenica. Qualcuno, molto affettuosamente, mi fa delle “condoglianze” speciali, visto che oltre che per il Taranto, tifo da sempre anche per la Lazio. Capisco subito che l’aria non è delle migliori. In curva i gruppi sono tutti vicino alle vetrate che li separano dal campo di gioco. Partono i primi cori a favore della sospensione della partita. Non si vuole, non si deve giocare. E’ qui che la mia giornata prende una piega che non avrei mai e poi mai ipotizzato. Al termine di questi cori, sia dalla tribuna che dalla gradinata, partono fischi e insulti all’indirizzo della curva, rea di voler interrompere lo svolgimento regolare della partita. Resto sbigottito. All’inizio mi dico, forse o non sanno o non hanno capito cosa è successo. Ma ben presto mi devo ricredere. La maggioranza dello stadio ritiene giusto che si giochi lo stesso nonostante sia morto un ragazzo che andava a vedersi una partita di pallone.
Poteva essere uno di noi. Uno di loro. Un nostro fratello o un loro figlio. Niente. A quel punto insieme ad altri ragazzi che costituiscono un gruppo storico della gradinata, decidiamo di spostarci nell’anello inferiore, stranamente aperto vista la sua inagibilità, ma che è il nostro posto da sempre. Non avevamo la minima voglia di avere accanto gente che stava mostrando sino a che punto si può essere ignoranti e beceri. La partita iniziava con i cori della curva, nostri, e dei pochi tifosi giunti da Massa, unicamente a favore della sospensione della gara. E giù ancora fischi e “buuu” da parte del resto dello stadio. Allucinante. Come se stessimo chiedendo chissà cosa. A quel punto, noi che eravamo in gradinata, chiediamo che almeno non si tifi e non si esulti ai gol. Se proprio si deve giocare, che lo si faccia almeno nel silenzio.
Macchè. Settori come la gradinata o la tribuna che non cantano mai, che vengono allo stadio pensando di stare in una platea di un teatro, in una domenica di tragedia ritrovano miracolosamente la voce. E iniziano a sostenere la squadra come mai ho visto fare negli ultimi vent’anni. Una cosa da rabbrividire. Oramai era chiaro che lo stavano facendo apposta. Una presa di posizione incomprensibile e che sarebbe sfociata, di lì a poco, in una follia collettiva. Il primo tempo è da poco finito quando rumori e fumo di lacrimogeni che provengono dal retro della curva, fanno intuire che si sono aperte le danze tra tifosi e fdo. Scontri che però durano non più di dieci minuti. Poi le squadre rientrano in campo.
Ma la partita non la segue più nessuno. Perché in gradinata ormai l’ attività principale è diventata quella di invitare i tifosi della curva a entrare in gradinata per chiudere i conti una volta e per tutte. Ormai i nostri inviti alla calma, a smetterla con questi atteggiamenti, non li sentiva più nessuno. Il danno era fatto. Un gruppetto di una trentina di persone coperte in volto, fanno irruzione in gradinata ( mi piacerebbe sapere come mai le porte di ferro che dividono i vari settori dello stadio erano aperte quando sono da sempre chiuse) e si scagliano contro un paio di ragazzi con i quali si erano scambiati insulti e gesti fino a quel momento. E’ il caos totale.
Genitori che scappano con i bambini. Gente che fino a quel momento aveva fatto la voce grossa improvvisamente si vede persa e viene a chiedere la nostra protezione e il nostro aiuto. Sull’anello superiore è un fuggi fuggi generale. Servirà tutto il coraggio e il sangue freddo di alcuni di noi per riportare la calma. Ma il morto poteva scapparci anche da noi. Finita la spedizione squadrista, in curva riprovano a sfondare, nella stessa maniera di Bergamo, i vetri di divisione, riuscendovi. A quel punto la partita è sospesa, ed entrano in azione le forze dell’ordine, che per riportare ordine e calma, sparano un paio di lacrimogeni in piena curva (rigorosamente ad altezza uomo, ovviamente).
Ed è qui che la mia giornata tocca il fondo. Perché subito dopo il lancio dei lacrimogeni, odo giungere dalla tribuna, un coro all’indirizzo delle forze dell’ordine, che cito testualmente: “Uccideteli! Uccideteli!”. Un vero tutti-contro-tutti di una stupidità ed un’ignoranza abissali. Sono sconvolto. Non mi è mai capitato in più di vent’anni di stadio di assistere ad una cosa del genere. Nello stesso stadio, gente che dovrebbe amare gli stessi colori, avere la stessa fede calcistica, quindi gente che anche se non si conosce, sta tutta dalla stessa parte, intraprende uno scontro fratricida in piena regola.
Eppure bastava fare una cosa semplicissima: non far giocare. Certo, obietterà più di qualcuno, gli scontri sarebbero successi lo stesso. Ma non tutti i tifosi delle curve sono teppisti che non hanno nulla da perdere. Così come tra le forze dell’ordine non tutti hanno la pistola o il manganello facile”.
Gianmario L.
Taranto
(testimonianza raccolta da Giuliano Bindoni)







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