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Il Televideo impostato su pagina 101. “Ultim’ora”. Nel cuore del Viminale, tra una nota di Bach e un’altra di Beethoven, tra una foto del Papa e un tricolore, la tivvù di Felice Ferlizzi è sempre accesa. Il presidente dell’Osservatorio sulle manifestazioni sportive, l’uomo che assegna rischi all’Italia del pallone, in fondo, ama l’informazione. «Va bene, facciamola questa intervista. Ma so già che mi processerà», sorride diffidente.

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Presidente, partiamo dagli ultimi incidenti tra tifosi. Vi stanno facendo “sballare” tutti i dati positivi e ottimistici che avevate stilato sulle curve. Non crede che fossero viziati dalla chiusura degli stadi e dai divieti delle trasferte, del dopo-Raciti?
«Non è stato falsato nulla. Le spiego. Che il calcio italiano avesse dei problemi da qualche anno, è un fatto condiviso da tutti. La stagione appena trascorsa è stata, però, certamente particolare. Nel campionato di Serie B c’erano realtà importanti come Juventus, Genoa e Napoli. Nonostante l’aumento delle presenze sugli spalti, dopo l’11a giornata registravamo comunque una flessione del numero di incidenti tra tifosi. L’unica nota stonata era rappresentata dal maggior numero di feriti contati tra le forze dell’ordine. Ci chiedemmo allora se questo non dipendesse dalla mancata messa a norma degli impianti. La legge c’era, era la Pisanu del 2005, ma le società di calcio avevano usufruito continuamente di proroghe. La situazione precipitò a febbraio, allorquando l’ex commissario straordinario della Figc, Luca Pancalli, fermò tutto il calcio, dopo gli omicidi del dirigente, Ermanno Licursi e dell’ispettore di polizia, Filippo Raciti. Con il decreto Amato si disse “basta” alle proroghe per gli stadi non sicuri, aprendoli solo agli abbonati. Alla fine della stagione, i nostri dati sulla sicurezza furono confortanti».
Resta il fatto che quelle statistiche fossero state influenzate dalla parziale chiusura degli impianti.
«Certo, anche quello è un dato di fatto. Ma noi non dobbiamo vendere un prodotto a qualcuno. L’Osservatorio deve fare una fotografia per altri enti, anche per le società di calcio. E questa fotografia è assolutamente obiettiva. Non voglio mica dire, poi, che i nostri dati siano positivi in assoluto. Ma incoraggianti, questo sì».
Come fa l’Osservatorio a stabire che una partita è più a rischio di un’altra?
«Cominciamo con il dire che l’Osservatorio non è un Tribunale, né si sostituisce alla giustizia sportiva. Dà all’autorità provinciale (i prefetti, ndr) dei pareri. Peraltro, da quest’anno diamo questi consigli quindici giorni prima della partita sotto esame, non più solo sette. Fatte queste premesse, viene condotta un’istruttoria».
Un’istruttoria?
«Ci sediamo tutti insieme al tavolo, componenti delle forze dell’ordine e sportive. Io coordino l’attività. Ma non decido da solo. Cerco di moderare gli interessi che si contrappongono, poi si vota. Le determinazioni passano con i due terzi dei voti dell’Osservatorio».
Quali sono i criteri che adottate?
«Vengono presi in esame due criteri precisi ai fini della determinazione dell’Osservatorio: “l’indice di rischio” e la “gravità”. Anche qui serve fare chiarezza. Allora, l’indice di rischio si riferisce alla partita. Se quel match può comportare maggiori o minori problemi di ordine pubblico. Ma il vero patrimonio genetico di una tifoseria è rappresentato dal coefficiente di “gravità”, una sorta di punteggio attribuito dopo ogni partita, che tiene conto dei verbali stilati dalle forze dell’ordine, delle comunicazioni delle società, della giustizia sportiva nonché della posizione dello stadio. Se l’impianto garantisce una maggiore o minore sicurezza. L’indice di gravità è un voto che poi la tifoseria si porta dietro. Che influisce sulle determinazioni future dell’Osservatorio e che va da zero a tre».
Dopo Roma-Inter, ci risulta che alla società giallorossa sia stato dato un tre, mentre all’Inter un uno.
«Non vedo perché ci si scandalizza di questi nostri criteri. Io sarei più preoccupato dei due romanisti che danno la classica “puncicata” ai due interisti, solo perché sono interisti».
È che non si capisce dove inizia e dove finisce la responsabilità oggettiva di una società. Tanto per capirci, se un tifoso dell’Inter viene aggredito a Ponte Milvio, la Roma è penalizzata. Ma se la stessa aggressione avviene a Piazza Navona? Avete una sorta di “distanza” limite?
«Lei sa che la responsabilità oggettiva è già contemplata dalla giustizia sportiva. Nel calcio, una società paga per il comportamento dei propri tifosi. Ma a noi questo non interessa, non facciamo un discorso di responsabilità oggettiva. È semplicemente il nostro sistema di lavoro. In caso di incidenti che possano pregiudicare la gara, e ovunque accadano, è giusto tenerne conto. Dispiace per la Roma, certo. Ma la Roma, accanto a sé, è circondata da fatti di questo genere (tradotto: di violenza, ndr). Non possiamo prescinderne. Sia chiaro, nessuno qui vuole danneggiare la Roma, come una qualsiasi altra società di calcio. Se dall’istruttoria emerge un voto negativo, purtroppo, e dico “purtroppo” perché i voti non mi piacevano nemmeno ai tempi della scuola, dobbiamo regolarci di conseguenza».
Si ricorda l’andata della finale di Coppa Italia? Roma-Inter si giocò alle 18 dopo un’accesissima riunione che si consumò qui all’Osservatorio, tra Lega calcio (con l’alleanza delle altre componenti sportive, come la Figc) e rappresentanti delle forze dell’ordine. Matarrese voleva che si giocasse in notturna, per i diritti delle tv (che pagano). Si consumò una “frattura istituzionale”?
«L’Osservatorio non si spaccò. Al tavolo furono rappresentati sicuramente una pluralità di pensieri e di interessi. Alla fine, per il bene di tutti, una soluzione venne trovata. Si giocò alle 18, una via di mezzo. Vorrei però ricordare che noi venivamo da un accordo preso (con la Lega, ndr) dopo i due omicidi di Licursi e Raciti, in cui era stato stabilito che le partite a rischio non sarebbero più state disputate in notturna. Questo fino alla fine della stagione. La finale di Coppa Italia rientrava nei patti».
Perché, allora, ci fu chi insistette per la notturna di Roma-Inter?
«Perché qualcuno disse: “Se gli stadi li abbiamo messi a norma, possiamo fare una deroga per la finale di Coppa Italia”. Ma valeva l’intesa che avevamo raggiunto mesi prima. Attenzione, però, perché dal giro di tavolo, alla fine, emerse la volontà comune di giocarla di sera».
Non vede in tutto questo una deriva autoritaristica? Il tifoso per bene, all’interno di un impianto, rappresenta il 99% di tutti gli spettatori. Un articolo de Il Riformista, qualche giorno fa, poneva l’accento sul pericolo concreto di una riduzione della libertà di circolazione, di riunione e di manifestazione del pensiero. Diritti fondamentali sacrificati per la sicurezza.
«L’ho letto anche io. Che dire? Io mi attengo a un quadro “ordinamentale”, che mi è stato fornito dal legislatore. Questo tavolo, comunque, si arricchisce giorno per giorno di tutti i contributi. Anche dei vostri, della stampa».
Intanto, gli incidenti tra tifoserie non sono stati frenati dalla legge Amato.
«La legge Amato è stato un passaggio fondamentale. Dall’inizio della stagione abbiano monitorato circa 400 partite tra Serie A, B e C. Il numero di episodi rilevati è stato irrisorio. Le violenze ci sono sempre, ma hanno prodotto molti meno danni del passato».
Parliamo degli striscioni. Non si sta esagerando con le proibizioni? Si ricorda un famoso “A noi ce s’è rotto er fax”, per il quale vennero addirittura “daspati” i responsabili? L’ironia non dovrebbe essere il sale del calcio?
«L’Osservatorio non ha vietato nulla. Abbiamo regolamentato la normativa sugli striscioni. I malpensanti hanno gridato “Ah, ecco li hanno vietati”. Non è vero. Siamo d’accordo anche noi che le coreografie fanno parte dello spettacolo del calcio. Abbiamo solo imposto delle regole. Se vengo ospitato a casa d’altri, non posso fare come mi pare. Gli striscioni devono essere attinenti alla partita, che puntino ad incitare e non a insultare. E poi non possono essere piazzati così, dove capita. Non leviamo mica la bandierina al bambino, nè priviamo i tifosi delle coreografie. Chiediamo solo che la società ospitante ne conosca i contenuti, gli spazi. E il materiale, perché alcuni striscioni sono facilmente infiammabili. Comunque, vedremo tutti assieme se qualcosa debba essere rivisto».
Che risponde ai romanisti di “A noi ce s’è rotto er fax”? Non era solo uno striscione ironico?
«Posso anche essere d’accordo con lei. Però, se non ricordo male, quello striscione venne vietato alla prima o seconda domenica dopo l’entrata in vigore delle nuove regole. In quel momento storico (un mese circa dopo Raciti, ndr), quando da poco si è registrata un’emergenza, sarebbe servita un po’ più di prudenza. Se prima diciamo che gli striscioni devono essere attinenti e il giorno dopo ti presenti allo stadio con “A noi ce s’è rotto er fax”, questo per noi non è sfottò. Ma contestazione».
La reazione non è stata sproporzionata all’azione?
«Ce lo dovremmo chiedere un po’ tutti quanti. Alla luce di come è migliorata adesso la situazione, forse sì. Ma se l’avere ottenuto certi risultati negli stadi è stato merito anche di alcune restrizioni, allora sì, è servito sacrificare quello striscione».
Privandoci della libertà di espressione?
«Lo striscione non rientra nella libertà di espressione. Bisogna dare il giusto peso alle parole. Questo Paese vive di calcio, figuriamoci se adesso non c’è diritto di esprimersi nel pallone».
Come vive il suo lavoro?
«Con passione e determinazione. Sono consapevole di essere soggetto a tante critiche, ma so pure di essere disposto a migliorare. Per questo, sentirò chiunque possa darci una dritta. Finora abbiamo sentito molte voci. Tranne una».
Quale?
«Quella dei gruppi organizzati. Degli ultras. Di quelli tra loro che sono sì tifosi, ma non teppisti. Inizieremo ad ascoltarli, sapendo già di dover rispondere più a critiche che a suggerimenti. Cominceremo con alcune tifoserie del nord Italia. Cercheremo di avere anche loro come nostri interlocutori. Magari, con gli ultras della Roma potremmo sfruttare l’ospitalità del suo giornale, de Il Romanista. Se organizzate un forum per parlare con loro, io ci sarò».
Ferlizzi, ma lei tifa?
«Certamente, anche se non posso svelarle, per ovvi motivi, per chi. Ognuno di noi ha avuto un padre che lo ha introdotto all’amore per una squadra. Anche io amo il pallone».

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Posted by reporter on 31 Ott