Altro che fuga per i soldi, Gianluca Zambrotta non ci sta e rivela di sentirsi invece “tradito e deluso” per il comportamento tenuto dalla dirigenza della Juventus, vecchia e nuova.
Il terzino azzurro campione del mondo, ceduto dalla Juve al Barcellona nell’estate di calciopoli, ribadisce a chiare lettere - sul numero di GQ in edicola dal primo marzo - che a tradire i tifosi non sono stati i giocatori. “Tutti noi abbiamo sempre dato il massimo, in allenamento e in partita, e adesso ci troviamo con due scudetti in meno per colpe non nostre”, dice Zambrotta. “Sì, sono tradito e deluso. Anche dalla nuova società, che non mi ha mai chiamato, non mi ha mai fatto capire di voler puntare su di me. E poi, che lo dicano: con i soldi che ha preso dalle nostrecessioni, la Juve ha risanato molti debiti. Abbiamo dato una grande mano alla società”.
E se Zambrotta non commenta il probabile passaggio al Milan a fine stagione, ammette di sentire nostalgia dell’Italia, “ogni volta che ci torno e devo lasciarla”. Anche se…
“Credo sia il paese più bello del mondo, ma non è facile essere italiani all`estero, oggi”, dice Zambrotta. “È un Paese indifendibile, e a difenderlo ormai non ci provo neanche più: ho la moglie napoletana, ma come faccio a nascondere la vergogna di quello che, per esempio, sta succedendo a Napoli? Quale altra città civile può essere sommersa così
dalla spazzatura? Siamo considerati come quelli che, qualsiasi cosa facciano, fanno casino. Che posso ribattere io? È la verità”.
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La Fiorentina si aggiudica il derby toscano vincendo 1-0 con il Livorno con rete di Papa Waigo. La squadra di Prandelli conserva la 4a posizione della classifica a +2 sul Milan.
Il Genoa gioca una gara intelligente e piega il Napoli con il solito Borriello: ora l’Europa non è più un sogno.
Goleada dell’Atalanta contro i resti blucerchiati. Doppietta per Doni, al decimo gol in campionato.
Il Palermo sbriga la pratica Empoli nei primi 38 minuti e ottiene una vittoria che dà ossigeno alla classifica. Le reti dei rosenero portano la firma di Simplicio e Rinaudo.
Il Parma piega 2-0 al Tardini l’Udinese salvando così la bollente panchina del proprio allenatore. Di Lucarelli e Cigarini, su rigore, i gol che decidono l’incontro.
La prima rete di Rolando Bianchi con la maglia della Lazio basta alla squadra di Delio Rossi che batte 1-0 una coriacea Reggina che però denota notevoli problemi realizzativi in assenza dello squalificato Amoruso.
Un gol di Maccarone a due minuti dalla fine toglie il Siena dai guai e condanna forse definitivamente il Cagliari.
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Sette punti regalati al Milan in poco più di un mese (doppietta al Genoa, il gol di Firenze e quello di Catania). E meno male che doveva essere il futuro.
No. Alexandre Pato è il presente del Milan. E Ancelotti lo sa bene. Con Ronaldo out, con Kakà ai box, con Inzaghi e Gilardino ologrammi di se stessi, ormai è lui l’intoccabile. Forse davvero destinato a bruciare le tappe. Uno che segna sempre nei debutti può essere pericoloso: perché tende a vivere di quelli, a tirare a campare. Pato no. A Catania, tra Cafù, Maldini, Emerson, Seedorf e gli altri, il più navigato sembrava lui. Petto in fuori, poche chiacchiere e un gol da favola: “Ho tirato pensando a Ronie. Peccato non sia bastato per i tre punti“.
Parole quasi da leader: mosse da pantera, mentalità da leonessa. Pato è la classe, il nerbo, la coscienza di un Milan devastato da infortuni e acciacchi. “Passami il pallone, poi corri ad abbracciarmi”: quando giocava, a tranquillizzare l’agitato Ancelotti ci pensava Van Basten. Adesso, c’è il 18enne di Pato Branco. Non ha fatto niente di trascendentale a Catania, ma ha messo in mostra, ancora una volta, quella capacità di tenere in piedi, da solo, l’intero reparto. Come a Londra con l’Arsenal, come tante altre volte dopo il suo debutto col Napoli, lo scorso 13 gennaio. In attesa che i medici sciolgano i nodi su Kakà, per dare la caccia al quarto posto e alla finale di Champions i rossoneri si aggrappano a Pato. Il papero che è dovuto crescere in fretta. Per tenere a galla il Milan.
Il servizio della gara Catania-Milan 1-1:
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Bravo. Generoso. Tenace. In certi momenti, anche un campione. Ma gli manca una qualità: il carisma del vero capitano. E in fondo l’Inter che non vince (mai) è un po’ la sua faccia, il suo modo di essere, sul campo: mai ad alta voce, mai la voce grossa.
Di Javier Zanetti, e dell’Inter, si sono consumate migliaia di pagine e di immagini così: quando, appunto, l’avventura nerazzurra scivolava tra le grandi occasioni mancate, gli scudetti svaniti all’ultimo respiro, le Champions smarrite al penultimo di quei respiri, quell’aria da “eterni secondi” (o anche terzi), l’immagine - appunto - di un gruppo e del suo capitano.
Poi è arrivata la primavera del 2006, con Roberto Mancini sono arrivati gli antipasti di Coppa Italia e della Supercoppa italiana, e lo scudetto sancito dai Tribunali sportivi, poi quello del record di punti di un anno fa. E quel volto zanettiano, che pure alle soglie dei 35 anni è incredibilmente identico a quello del suo primo giorno interista quando arrivò tredici anni fa, lo si dipinge - e lo si vede - sotto un’altra luce, coi tratti del vero capitano, così come la faccia dell’Inter ha ben altri colori: due scudetti appena dietro le spalle e il terzo, sancito -formalmente- con l’1-1 di Inter-Roma. Potenza dei risultati. Suggestione che cambia i connotati.
Così oggi Zanetti lo vediamo così: con l?urlo che ha fatto traballare gli spalti di San Siro sul finire di Inter-Roma. E del capitano ritornano le immagini delle sue perle rare, ma che hanno scritto la storia nerazzurra: il gol nella finale di Coppa Uefa Inter-Lazio 3-0, 6 maggio 1998 a Parigi. Il gol di una domenica di campionato, Inter-Salernitana 2-1 (era il 29 novembre 1998) in pieno recupero cui seguì - con grande sorpresa dell’interessato e di tutti - l’esonero di Gigi Simoni il giorno dopo. Un’altra prodezza, datata 9 dicembre 1997, ed era Inter-Strasburgo 3-0 di Coppa Uefa, dopo lo 0-2 sofferto all?andata. E questa la citiamo come augurio per l’Inter-Liverpool che verrà.
Delle 579 partite giocate in maglia nerazzurra e dei 19 gol segnati (13 in campionato, 4 in Europa, 3 in Coppa Italia), Zanetti va giustamente fiero. Della sua straordinaria qualità calcistica, sono gli allenatori a goderne i benefici: terzino destro, terzino sinistro, mediano destro o sinistro, centrocampista centrale, talvolta goleador, magari - se volesse provarci - sarebbe anche un buon portiere. Non ha limiti, il capitano. E se questo scudetto arriverà, avrà la sua faccia com’è l’immagine del suo urlo l’altra sera.
Inter-Roma 1-1 servizio di Controcampo:
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